Il posto della mente è una piccola oasi letteraria dove possiamo andare quando abbiamo bisogno di qualcosa di diverso. Di leggere, o scrivere storie. Storie inventate, come quelle che io, da principiante, sottopongo al vostro giudizio, oppure storie vere, piccoli "frammenti di vita" che scivolerebbero immediatamente nell'oblio se qualcuno di noi non li raccogliesse.

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lunedì 13 agosto 2012

Paco de Luna - Quinto quadro 2 [gianbarly] Amicizia

H. Toulouse Lautrec - The bed

Lourdes dormiva al mio fianco. Avevamo fatto l’amore con tutta l’intensità di cui eravamo capaci, impermeabili a qualsiasi influsso esterno. Ora la guardavo mentre, per la prima volta, si era lasciata scivolare nel sonno. Di solito usavamo tutto il tempo a nostra disposizione per amarci e per parlare, troppa era l’urgenza per poter lasciare scorrere i minuti senza far nulla. Eppure non lo sentivo come un tempo perso. Osservavo i suoi lineamenti così perfetti e venivo travolto dall’emozione. Stare insieme a lei era la mia condizione naturale, non avrei più saputo farne a meno.

C’era di mezzo Paco, è vero, ma mi sentivo capace di venire a capo della questione, anche se al momento mi sfuggiva qualcosa nel suo modo di comportarsi. Erano settimane che se ne stava chiuso in casa, alle prese con la chitarra. Dalle poche notizie che ne avevo, lavorava con una certa tranquillità, ma con feroce determinazione, allo scopo di domare lo strumento. Continuava a smontare e rimontare i pezzi, a provarne i limiti e a saggiarne la risposta in tutte le possibili condizioni. Torturava le corde, tendendole fin quasi al punto di rottura, per poi montarle sul corpo della chitarra e valutare il timbro del suono che producevano. Batteva con le dita, e con qualunque cosa ritenesse adatto allo scopo, sulle parti in legno, come se tanta cura potesse indurre il materiale a dare suoni diversi da quelli per cui era stato costruito. Nel fare questo lasciava a Lourdes una grande libertà. Non sembrava importagli di averla vicina, anzi preferiva stare solo durante il giorno. Non aveva obiezioni al fatto che lei uscisse e stesse fuori anche gran parte del tempo. Sapeva di non essere di grande compagnia e le dava la libertà di trovare altrove il proprio divertimento.
Non so se sapesse o sospettasse qualcosa di noi. Di sicuro non dava a vederlo, anche se non sapevo se avrei retto a quelle sue occhiate che sembravano passarti da parte a parte. Questo suo atteggiamento mi metteva in grande difficoltà. Da una parte avevo ben chiaro quel che avrei dovuto fare per chiarire la situazione una volta per tutte, dall’altra però ero frenato da qualcosa che ancora mi risultava oscuro e che aveva a che fare proprio con il suo modo di comportarsi.

In questo Lourdes non mi aiutava. Una regola implicita fra di noi era di non parlare mai di Paco. Nè del nostro futuro. Mi amava, di questo ero certo. Lei però non sembrava porsi domande rispetto ai due uomini che in quel momento occupavano la sua vita. Aveva una straordinaria capacità di dare amore, con trasporto e dedizione assoluta e lo dava – almeno così sembrava a me – in ugual misura a tutti e due senza che le causasse alcun problema. La guardavo mentre dormiva, osservando con emozione il ritmico sollevarsi ed abbassarsi del suo petto, e la sua presenza mi appagava, permettendomi di rimandare ancora un poco le mie scelte.

Qualche giorno dopo venni a sapere che Paco aveva ripreso a suonare. Stava facendo le prove con il suo gruppo nel solito locale e presto avrebbe ricominciato le serate. Decisi immediatamente di andare a trovarlo. Da quando era iniziata la storia con Lourdes non l’avevo più visto e il locale mi sembrava un posto sufficientemente neutro per sondare le sue reazioni.
Arrivai che stavano provando una canzone nuova. Gli altri due seguivano con impegno il cantante che cesellava ogni particolare con la solita meticolosità. Non parlavano mai fra di loro. Quando qualcosa non andava, Paco semplicemente si fermava e riattaccava dall’inizio. Chi aveva sbagliato lo sapeva e cercava di rimediare. Ai miei occhi sembravano rassegnati: conoscevano Paco e quindi sapevano che ogni protesta sarebbe stata inutile. Meglio continuare le prove fino a quando lui li avesse lasciati liberi.

La canzone parlava della bellezza del ritrovarsi. Di incontri, anche casuali, a distanza di tempo fra persone unite da un qualche legame. Non importa dove sei stato, diceva un verso, con chi hai vissuto. Non importa quali tempeste abbiano gonfiato le tue notti, non contano i chicchi di grandine che hanno scavato le rughe del tuo volto. Non importa se ho patito la sete atroce del deserto o se sono stato travolto dall’onda di piena. Non voglio sapere, non m’importa, cosa ci sia in fondo alla borsa con cui ti sei presentata, se sia pesante d’oro o di rimorsi. Importa solo che ora tu sia qui, che il filo non si sia spezzato. Che abbia retto agli insulti degli elementi ed alla corrosione del tempo.

La voce di Paco mi affascinava. Lo guardavo pensando che ormai c’era anche fra di noi un filo che ci legava. Mi sentivo fra quelli, pochi, che erano riusciti a penetrare la corazza del suo carattere e di riuscire ad capire i suoi modi bruschi. Gli volevo bene e credo che anche lui me ne volesse. Mi trattava come se mi conoscesse da sempre, e questo bastava.

Finito il pezzo, i suoi compagni si scambiarono un’occhiata soddisfatta. Non c’erano state interruzioni, quindi la cosa era a posto. Paco li ignorò rivolgendo la sua attenzione a me. Mi arpionò con lo sguardo senza dire una parola, restando assolutamente immobile per un lunghissimo istante. Poi mi fece cenno di salire sul palco.
“Prova tu” mi disse, allungandomi la chitarra.
Restai a bocca aperta. Da ragazzino avevo preso delle lezioni e quindi ero in grado di eseguire gli accordi più comuni. Avevo anche una discreta voce, ma mai mi sarei sognato di misurarmi con lui. Cercai di negarmi, ma anche gli altri due, divertiti, avevano preso ad insistere. Finii col cedere. Paco mi mise davanti lo spartito di una delle sue canzoni più facili. Partii un po’ incerto ma piano piano presi coraggio, cercando di non sfigurare troppo. Paco si era seduto in platea e mi guardava con aria torva.
Alla fine i suoi compagni mi fecero un piccolo applauso, commentando positivamente la mia esibizione. Paco si alzò lentamente e mi venne vicino, mi prese la chitarra dalle mani e me l’agitò davanti.
“Vedi, giornalista, che non funziona? Questa chitarra nelle tue mani non vale niente!”
Cercai di protestare, ma mi zittì.
“No! Non funziona per niente, anche se fossi più bravo di me a suonare! Non è questione di tecnica. Questa chitarra non potrà mai essere tua, anche se te la regalassi. Tu non l’hai amata con l’intensità con cui l’ho amata io! Non l’hai forgiata a poco a poco, con pazienza, con costanza. Non l’hai sottomessa perché potesse dare il suono più perfetto!”
La sua voce era salita di tono.
“Sai cosa significa, vero? Che è mia, solo mia!”

1 commento:

  1. Questo quadro l'ho apprezzato in modo particolare. Med

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